IL SAPORE DELL'ATTESA
«Ssshhh…» sussurrai accostando rapida la bocca al suo orecchio.
La mano gemella scese giù, lungo la sua camicia appena ruvida, fino alla cintura dei pantaloni.
«Ti sei dimenticato?»
Un modo per calmarlo, per farlo stare buono. Un “Dai, vedi? Sto rimediando” silenzoso. Il nostro rapporto è sempre stato fatto più di segni sulla pelle che di baci. E forse mi piace per quello. La mia lingua fuoriuscì e gli accarezzò il lobo dell’orecchio, suggendolo appena. Scese poi rapida lungo il collo e la scapola, abbassando il tessuto della camicia sbottonata. R. finì di aprila e la lasciò scivolare giù dalle braccia, dietro la schiena, facendola finire a terra… Collo, petto, addome. Proseguii quel percorso immaginario tracciato solo dalla mia saliva. Un filo sottile, leggero, freddo a contatto sulla sua pelle calda, olivastra, liscia. Mano a mano che la lingua scorreva, semimando baci a tratti, il mio corpo si abbassava, finendo in ginocchio. Così il tragitto della mia mano si concluse con l’aprire quella cintura di pelle marrone, quanto basta, e poi con l’abbassare la lampo dei jeans. La infilai dentro e i boxer mostrarono già il suo piacere turgido, ben visibile per la stoffa elasticizzata.
«Mi sei mancata…» ansimò.
Alzai lo sguardo. Il suo petto si alzava e abbassava a un ritmo innaturale. Sorrise semplicemente. Quel suo sguardo conteneva tutta l’attesa dei sessanta giorni di silenzio. Più porco del solito nel mordersi il labbro inferiore, ormai impaziente di sfogare il desiderio.
«Anche tu…» sussurrai piano, espirando aria calda sul suo membro saldo nella mia mano, che lentamente aveva già iniziato a muoversi.
Aprii la bocca e...
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